I Presidenti

  Mario Romani, Presidente dal 1972 al 1975

Mario Romani (Milano, 12 settembre 1917 - Milano 26 marzo 1975) si avviò alla carriera accademica e ne percorse tutte le tappe nell’Università Cattolica del S. Cuore di Milano: laureato nel 1941 alla facoltà di economia e commercio, assistente alla cattedra di storia economica dal 1946 (al rientro dagli Stati Uniti, ove era stato internato quale prigioniero di guerra in Africa settentrionale), incaricato dell’insegnamento della stessa disciplina dal 1948, libero docente dal 1951, straordinario dal 1959 e poi ordinario dal 1961. Alla vita e alle vicende dell’Ateneo cattolico Romani fu legato come docente, ma vi assunse anche impegni e responsabilità di governo: fu Preside della facoltà di economia e commercio dal 1959 al 1967 e poi pro-Rettore dal 1969.

Rilevanti anche gli impegni in campo civile, che furono altrettante tappe di una esistenza vissuta con molta intensità: fu consigliere nazionale della DC, dal 1949 al 1959, consigliere del CNR e presidente di uno dei comitati, quello per le Scienze economiche e statistiche, membro infine del CNEL dalla fondazione. Riconoscimenti ai suoi meriti in campo culturale gli vennero nel 1960 dall’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti di Bergamo, che lo volle Socio corrispondente, e dal Comune di Milano, che lo premiò nel 1976 con medaglia d’oro per meriti nel campo della scuola. Non è facile definire la sua figura e la sua opera: Romani fu sostanzialmente un uomo di cultura ed uno studioso che, per vocazione di cattolico, pose al servizio della riflessione teorica e dell’azione in campo sociale dei cattolici le sue idee, la sua grande capacità di analisi e di valutazione, la sua cultura economica e storica.

Come per molti della sua generazione, cresciuti in regime fascista, furono le organizzazioni cattoliche di apostolato a formarlo sul piano morale e ad orientarlo all’interesse per i problemi sociali. Lo studio e la ricerca scientifica erano alla base dei suoi orientamenti culturali, ma non fu mai un intellettuale, cioè un pensatore a tavolino, e tanto meno un intellettuale organico: se non altro per la posizione di relativo isolamento in cui venne a trovarsi in campo culturale e politico a causa della modernità delle sue idee e del suo orgoglio di «laico». Pur essendo guidato da una tensione etico-religiosa molto accentuata che lo portava a giudizi netti su vicende e su persone, rivendicò sempre una piena indipendenza sul piano delle idee come dei comportamenti. Pagò infatti – anche in termini di successo personale, ma soprattutto con l’incomprensione – lo scarto tra una visione personale della vita civile ispirata a modelli avanzati, anche se con molto realismo calati nella storia del paese che ben conosceva, e la obiettiva arretratezza culturale e politica dell’ambiente in cui visse ed operò. Lo isolano da una certa prevalente tradizione intellettualistica della cultura cattolica italiana della sua generazione il modo con il quale impostò e realizzò il suo impegno sociale: comprensione e partecipazione ai problemi degli operatori sociali, ma nessuna confusione tra le ragioni della riflessione e le esigenza dell’azione pratica; grande rispetto delle responsabilità «politiche», ma piena autonomia di giudizio sul modo con cui queste erano vissute; svolgimento di un preciso compito culturale, ma anche assunzione esplicita di impegni ufficiali (come direttore del Centro Studi e dell’Ufficio studi, nei confronti della CISL, dal 1950 al 1969; come direttore dell’Istituto di studi superiori A. De Gasperi negli ultimi mesi della sua vita, nei confronti della DC, per citare due esperienze significative, accettate in tempi diversi, ma con lo stesso spirito).

Il primo ambito in cui si è concretato l’impegno di Romani nel MC italiano del secondo dopoguerra è stato il contributo, per taluni versi determinante, alla esperienza che venne compiuta dai cattolici in campo sindacale, con la costituzione, avvenuta nel 1950, della CISL. Alla decisione presa da coloro che erano stati direttamente coinvolti nel fallimento dell’unità sindacale, cioè dai sindacalisti cristiani, di dar vita ad un sindacalismo «laico» (e quindi con un suo fondamento originario di dottrina e di prassi), Romani diede quel supporto di natura culturale senza il quale il tentativo ben difficilmente avrebbe potuto reggersi. La situazione in quella fase storica era molto confusa: infatti l’intermezzo unitario dal ’44 al ’48 aveva offuscato, sia pure con i suoi vantaggi politici, quali la governabilità del paese ed il riconoscimento di un sindacalismo cattolico, l’originalità di quest’ultimo. Si trattava – questo era il compito difficilissimo – di mettere alla base della svolta del ’50 alcune consapevolezze tratte dall’esperienza del sindacalismo nei paesi industriali adattandole alla realtà del paese: in pratica, che l’unionismo esclusivamente rivendicativo era finito con la crisi del ’29 e che il nuovo unionismo doveva avere una dimensione «politica» esplicita. Di conseguenza andava creato anche in Italia un sindacalismo a base associativa (in cui contano i soci e non la classe indistinta), fortemente contrattualista (che vuol negoziare con la controparte tutti i problemi del lavoro), autenticamente autonomo (non subordinato ai partiti, né inserito tra le istituzioni pubbliche), capace di produrre una sua classe dirigente. Dal 1950 (e sino al 1969), la storia della CISL, dei suoi orientamenti dottrinali e dei suoi comportamenti pratici ha come riferimento le analisi, le idee e le proposte di Romani, sempre esposte, dibattute e legittimate all’interno dell’organizzazione attraverso una costante azione formativa a tutti i livelli di responsabilità.

Alla storia della CISL, in questo periodo bisogna quindi rimandare per una organica ed analitica valutazione di quanto Romani ha dato per il formarsi di una nuova cultura sindacale in Italia. Qui è solo necessario avere presente che il sistema di pensiero di Romani su questi problemi centrali della storia italiana contemporanea non trovò rispondenza adeguata all’interno del mondo cattolico e della sua cultura, piuttosto superficialmente attenti a tali problemi. Rispetto alla matrice dottrinale e pratica di provenienza (cioè l’esperienza che i cattolici avevano fatto in campo sindacale alla fine dell’Ottocento sino all’avvento del fascismo), il passo in avanti che Romani cercò di far compiere non era breve: infatti la dottrina sociale cattolica non aveva compiuto – in Italia – notevoli progressi dalle formulazioni solidaristiche dei primi del Novecento, che erano sì passate attraverso la considerazione critica del corporativismo, ma erano anche rimaste estranee alle grandi questioni suscitate dall’industrializzazione.

Quanto alla pratica di organizzazione e tutela dei lavoratori, questa era stata discontinua, fortemente contrastata anche se non priva di originalità, sia sul piano organizzativo come su quello contrattuale. Di conseguenza, la concezione di Romani prendeva le distanze non solo da un certo operaismo cattolico, attardato sulla denuncia dei mali dell’industrialismo, ma soprattutto da una visione teorica che faceva della categoria professionale il momento di aggregazione degli interessi dei lavoratori e della rivendicazione diretta al miglioramento del rapporto di lavoro la sostanza dell’azione sindacale. Ma soprattutto, per Romani, andava superato lo spirito legalistico con cui si continuava a coltivare l’obiettivo dell’inserimento del sindacato nella struttura dello Stato. Romani aveva, all’opposto, una visione dinamica del pluralismo sociale che lo portò a considerare negativa per lo sviluppo del sindacato e della società italiana l’attuazione del dettato degli articoli 39 e 40 della Costituzione: l’intransigenza della CISL su questo punto ebbe in lui il sostegno più coerente sul piano dottrinale. Questo suo distacco – che postulava una valutazione positiva anche se critica della trasformazione industriale e che diede luogo anche a contrapposizioni polemiche – non fu compresa. Infatti nelle sue varie espressioni (politiche, economiche, culturali, educative) il MC restò sostanzialmente estraneo al grande sforzo che Romani sosteneva – praticamente con le sue forze – per dar vita ad una concezione ed una pratica del sindacato che fosse nel contempo moderna ed ispirata ai valori del pluralismo, della democrazia, della partecipazione propri della tradizione cattolica in campo sociale.

Infatti le sue idee sulla contrattazione collettiva dei salari e delle condizioni di lavoro articolata sul piano aziendale e nazionale, tra loro collegati, sulla modificazione del meccanismo di accumulazione capitalistica (mediante la creazione di fondi di investimento alimentati dal risparmio contrattuale), sulla creazione di istituti di conciliazione e di arbitrato (per governare in modo costruttivo la conflittualità), sulla formazione culturale dei lavoratori (per consentire forme responsabili di partecipazione e di democrazia industriale), si ponevano in pieno nella linea del riformismo cattolico.

Ostacoli interni al mondo cattolico – accanto a quelli determinati da una ancor troppo debole costituzione del sindacato a reggere alle trasformazioni sociali che alla fine del decennio ’60 travagliarono il paese e a quelli suscitati da ragioni di ottusa difesa di interessi particolari e di rifiuto del sindacato (e fu l’atteggiamento del mondo imprenditoriale) e da deformazione ideologica (e fu l’atteggiamento delle forze sociali e politiche di sinistra) – metteranno fine al rapporto diretto tra Romani e la CISL. Non verrà meno però l’influenza delle sue idee, soprattutto tra le minoranze che, negli anni di maggior difficoltà e confusione, restarono vicine agli ideali del sindacalismo nato nel decennio ’50.

Il secondo apporto di Romani alla evoluzione del MC resta il tentativo da lui fatto di modernizzare l’orientamento dottrinale dei cattolici italiani sui problemi del lavoro. in questa prospettiva si colloca un filone della sua opera di studioso che si inizia prima – e quasi in preparazione – del rapporto con il movimento sindacale. Mentre si indirizzava alla carriera universitaria, tra il ’46 e il ’50, Romani si fece una solida competenza su quei problemi, nutrendola di una conoscenza e documentazione – che aggiornò continuamente – su quanto avveniva nell’ambiente europeo ed, in particolare, in quello nord-americano. Sono di quegli anni la costituzione dell’Ufficio studi dell’ICAS trasformatosi, nel 1950, nell’Istituto sociale ambrosiano e la direzione della rivista «Realtà sociale d’oggi» (sino all’estinzione del periodico nel ’54), ove Romani raccolse intorno a sé un gruppo di studiosi ed elaborò molte delle idee che successivamente avrebbe sviluppato e proposto all’interno della CISL. Anche qui esercitò un suo magistero sotto il quale si formò, nell’ambito dell’Ufficio studi confederale e del Centro studi di Firenze, un nutrito gruppo di esperti dei problemi del lavoro, che in lui e nelle sue concezioni si sono poi riconosciuti come in una scuola. Questo contributo dottrinario continuò negli anni successivi, come testimoniano le relazioni alle Settimane sociali dei cattolici, ai convegni di studio delle ACLI, ai corsi di aggiornamento culturale dell’Università Cattolica ed in tutte le sedi in cui, sino alla scomparsa, gli venne richiesto di esprimere il suo pensiero sulle questioni del lavoro e del sindacato. In questa prospettiva di sviluppo e di sostegno degli studi va inquadrata l’ultima iniziativa in cui Romani si era impegnato con la costituzione della Fondazione G. Pastore, di cui fu presidente.

Il terzo apporto al MC italiano, Romani lo diede nel campo della politica universitaria, con specifico riferimento ai problemi dell’Ateneo cattolico.

Le trasformazioni sociali non meno che le novità portate dal Concilio all’interno della Chiesa e del mondo cattolico ne avevano messo in discussione il ruolo ed il significato, coinvolgendolo nella generale crisi dell’istituzione universitaria. Nel disorientamento che ne seguì, Romani individuò nella apertura alla educazione permanente, e nel servizio specifico alla società ed alla cattolicità, per una loro crescita ed un loro adeguamento, le vie per superare la situazione di difficoltà in quella si trovava. Il suo contributo in questa direzione non fu, come al solito, meramente teorico, ma anche operativo: mettendo a frutto le esperienze più progredite e più valide che arricchiscono da tempo l’azione dell’Università in altri contesti, animò la costituzione di una rete di «centri di cultura» che, realizzando un complesso di iniziative finalizzate all’aggiornamento ed alla preparazione professionale, rappresentano oggi un punto di forza della ripresa di iniziative culturali e quindi di significato della Università Cattolica in Italia.

Operando in questa direzione, Romani proseguiva d’altra parte quello che era sempre stato un suo obiettivo ideale, premessa indispensabile all’accoglimento consapevole tanto delle sue idee quanto una visione più moderna dei rapporti sociali: un più elevato livello di conoscenze di tutti e dei lavoratori in particolare.

In questa prospettiva possono essere collocate una serie di iniziative da lui promosse o sostenute: i corsi di formazione sociale per il clero; la scuola di Firenze per i dirigenti sindacali; l’attività formativa continua all’interno dell’associazione sindacale, la costituzione dell’Istituto per la cultura dei lavoratori (ISCLA) e la sua attività (esplicatasi nel breve periodo in cui operò sotto la presidenza sua dal 1968 al 1970, nell’affrontare i temi della diffusione della cultura economica e degli strumenti per realizzarla con la pubblicazione di una collana di testi divulgativi); la promozione o la direzione di riviste specializzate sui temi del lavoro, come «Sindacalismo» (la prima serie, dal 1951 al 1952 e la seconda serie dal 1964 al 1967) o «Nuovo osservatore» (dal 1958 al 1959).

L’ultimo – e coerente contributo – al MC italiano, Romani lo diede creando l’Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia. L’iniziativa, che si rivelerà feconda di risultati, come prova la diffusione e l’accreditamento nella storiografia specializzata del periodico «Bollettino»edito dal 1966, aveva lo scopo di dar vita ad una struttura specificatamente attrezzata ed indirizzata all’individuazione ed alla valorizzazione della documentazione archivistica sulle esperienze dei cattolici italiani in campo economico e sociale. Sorto nel 1962, cioè in un momento di ripensamento della storiografia sulla presenza cattolica in campo civile e politico, l’Archivio era frutto di due intuizioni di cui lo storico Romani diete prova: che gli studi sul MC andavano rinnovati ed arricchiti con una più accurata indagine sulle radici del fenomeno (sulla sua capacità di dare risposta valida ai bisogni materiali dei ceti popolari con l’assistenza, il mutualismo, la cooperazione, l’istruzione agraria, l’azione sindacale) e che bisognava realizzare un impiego generalizzato, capillare ed approfondito, anche con l’aiuto della storia economica e sociale (dei suoi modelli interpretativi come delle sue tecniche) del vastissimo, ma disperso materiale documentario ancora esistente e praticamente sconosciuto alle grandi interpretazioni di sintesi che la storiografia sul MC aveva sino a quel momento prodotto.

Non si potrebbe però comprendere appieno la validità e la forza delle idee di Romani, nel campo della politica del lavoro e dell’azione sindacale, se non si tiene presente che tali idee poggiavano saldamente sulle convinzioni che lo storico dei fatti economici e sociali si era costruito attraverso la ricerca scientifica, che no trascurò mai in parallelo con l’impegno in campo sociale. Studiando a fondo le vicende dell’agricoltura lombarda tra Settecento ed Ottocento – di cui è rimasto il maggior conoscitore – ebbe modo di coglierne la complessità è la peculiarità del processo di modernizzazione economica. Estendendo poi all’ambito nazionale le sue indagini, colse tutti i limiti e le contraddizioni della nostra storia economica recente sintetizzandoli nella «mancanza di una autentica volontà di sviluppo industriale», che sarebbe stata alla base dei comportamenti privati e pubblici soprattutto nella fase in cui, dopo la seconda guerra mondiale, in Italia si manifestò un processo di industrializzazione. In tale prospettiva, si chiarivano per lo studioso le vere ragioni dei ritardi e delle distorsioni da cui siamo ancora condizionati e che tanti riflessi hanno sull’azione sindacale. E si consolidano i convincimenti che la trasformazione economica e sociale andava (e va) guidata e gestita con grande prudenza e con la consapevolezza che i punti deboli coinvolgevano tutti i soggetti della vita civile (e non solo alcuni) e tutti gli aspetti del sistema: dalla accumulazione troppo scarsa alla inadeguatezza della cultura ed alla debolezza delle strutture politiche e civili. Erano queste le basi conoscitive di un realismo senza illusioni che fece Romani uno degli studiosi più attenti e più attendibili della nostra recente vicenda economica, sociale e politica.

* Sergio Zaninelli, Mario Romani, in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia 1860-1980. II, I Protagonisti, Casale Monferrato, Marietti, 1982, p. 552-556.

Fonti e Bibliografia

Presso «l’Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia» dell’Università del S. Cuore di Milano è raccolta la corrispondenza personale, nonché appunti e memorie predisposti sulle questioni di politica universitaria, di politica del lavoro e di sindacalismo. I lavori di storia economica più significativi : L’agricoltura in Lombardia dal periodo delle riforme al 1859. Struttura, organizzazione sociale e tecnica, Vita e Pensiero, Milano 1957, II – 287; Un secolo di vita agricola in Lombardia (1861-1961), Giuffrè, Milano 1970, XI 849; II: parte seconda, Giuffrè, Milano 1976, XI 1200. La sua produzione sui temi del lavoro e del sindacato consiste in testi di relazioni tenute a convegni di studio; i più importanti sono ora raccolti in volume (Mario Romani, Saggi sul movimento sindacale, Giuffrè, Milano 1976). Gli scritti sull’educazione permanente e l’Università: Dall’Università la promozione culturale, AA.VV., Prospettive di lavoro per l’Università di domani, Vita e Pensiero, Milano 1973, 151-176; Per un programma d’azione. Atti dal primo convegno nazionale di studio sul tema «La diffusione della cultura economica: realtà, esigenze, prospettive» (Roma, 14 marzo 1968), «Lettera dell’I.S.C.La», 1968, 1-2, 16-23; Discorso conclusivo. Atti del terzo convegno nazionale di studio sul tema «L’educazione permanente e la programmazione regionale dello sviluppo» (Trieste, 15-16 maggio 1970), «Lettera dell’I.S.C.La», 1970, 3-4, 39-45. gli scitti sul movimento cattolico: La situazione economica d’Italia prima dell’unità e le premesse dell’azione sociale dei cattolici, in AA.VV., L’unità d’Italia e i cattolici italiani, Vita e Pensiero, Milano 1960, 141-150; la preparazione della «Rerum novarum», VP, 1961, 156-173.

Sulla figura e sulla attività di Romani cfr.: S. ZANINELLI, Commemorazione di Mario Romani, in Annuario dell’Università Cattolica del S. Cuore, anni accademici 1974-1975 e 1975-1976, Vita e Pensiero, Milano 1977; ID., Alle origini della cultura della CISL: la rivista di Mario Romani «Realtà sociale d’oggi» (1974-1954), in AA.VV., Analisi della CISL, Edizioni del Lavoro, Roma 1980, I, 159-199.

 

  Giovanni Marongiu, Presidente dal 1975 al 1993

 
Giovanni Marongiu nasce a Cabras (Oristano) l'11 settembre 1929. Consegue la maturità classica presso il Liceo “De Castro” di Oristano. Si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Cagliari. Fin da ragazzo dedica molto del suo tempo alla Gioventù di Azione Cattolica, impegnandosi nello studio dei problemi sociali ed economici della zona; è del pari impegnato nel processo educativo dei giovani. Nel 1955 lascia la Sardegna e si stabilisce a Roma, dove consegue la laurea discutendo la tesi su “Attività di controllo e indirizzo della Pubblica Amministrazione”.
Nel 1958 collabora col Ministro Giulio Pastore, allora Presidente del Comitato di Ministri per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, e quando Vittorio Bachelet lascia l'incarico di responsabile dell'Ufficio Legislativo del Ministero, Giovanni Marongiu viene chiamato a sostituirlo.
Nel 1963 scrive il libro “La direzione della teoria giuridica nell'organizzazione amministrativa”, testo poi ampliato in funzione della libera docenza conseguita a Roma nel 1966.
 Giovanni Marongiu è stato, dal 1963 al 1971, Consigliere di Amministrazione della Cassa per il Mezzogiorno, dal '67 al '76 Presidente del Formez e dal '75 al '93 Presidente della Fondazione Giulio Pastore. Nel 1976 diventa ordinario di Diritto Amministrativo. Dal 1978 al 1987 è docente presso la Scuola superiore della Pubblica Amministrazione e dal 1986 al 1991 è docente di Scienze dell'Amministrazione e di Diritto Pubblico dell'economia presso la LUISS. Dal 1988 è ordinario di Diritto Pubblico dell'Economia presso l'Università di Tor Vergata a Roma. È direttore responsabile della rivista “Il Progetto”. È stato membro del Consiglio di Amministrazione della Svimez e coordinatore della rivista “Progetti di Amministrazione Pubblica” del Formez.
Dal luglio 1990 all'aprile del 1991 è stato ministro per gli Interventi Straordinari nel Mezzogiorno, nell'ultimo governo Andreotti. Muore a Roma il 10 novembre 1993.
 
 

  Vincenzo Saba, Presidente dal 1993 al 2002

Nacque il 23 settembre 1916 a Ozieri (Sassari) da Luigi e da Giovannangela Niedda, piccoli proprietari di terreni destinati alla coltivazione, all’allevamento e alla pastorizia. Minore di quattro fratelli (Peppina, Toiedda e Nicheddu) crebbe nella capitale del Logudoro, sede episcopale con una forte identità religiosa e civile. Nel 1922, lasciata la parrocchia della cattedrale per quella di S. Lucia, iniziò ad aprirsi al gusto della letteratura e alla curiosità per la vita sociale alla scuola di don Girolamo Contini, profondo conoscitore di Alessandro Manzoni e animatore della società cattolica operaia di San Giuseppe. Affermatosi il fascismo cittadino all’ombra dei printzipales locali, nel 1927 egli registrò la divaricazione tra la proposta formativa del regime e l’esperienza educativa cattolica quando la sua associazione fu sciolta per le leggi contro lo scautismo cattolico nei piccoli centri. Continuando la formazione religiosa e sociale nel circolo Don Bosco, unico in famiglia a frequentare il ginnasio, si mostrò presto portato per gli studi classici.

Nel 1932 le aspettative del ragazzo e le sollecitazioni del mondo cattolico lo portarono a Roma per frequentare il liceo Mamiani dove, grazie agli ottimi risultati scolastici e per ridurre le esigenze economiche del suo mantenimento, ottenne la maturità in soli due anni. Iscrittosi nel 1934 alla facoltà di lettere dell’Università romana, dopo il primo biennio di studi tornò in Sardegna, accettando alcune supplenze nelle scuole di Ozieri. Con la Gioventù cattolica sarda partecipò alla campagna Forti e puri, conclusa con la commemorazione dei militari italiani morti in Etiopia, partecipe delle vicende dello Stato e sofferente per i limiti posti a un coerente impegno civile. Ultimò gli studi universitari nel 1938 con una tesi di laurea sulla poesia italiana del Duecento apprezzata da Natalino Sapegno; l’anno dopo vinse il concorso di italiano e latino al liceo di Cagliari. Il lavoro stabile gli consentì di sposare a Thiesi, il 3 gennaio 1940, Pinuccia Lentino, con la quale ebbe i primi figli: Luigi nel 1940, Rino nel 1941, Ariella nel 1943. Chiamato alle armi nel 1941, rimase con il contingente italiano posto a difesa della Sardegna fino al settembre del 1943, quando i tedeschi lasciarono l’isola. Fu quindi introdotto dal vescovo di Ozieri presso l’ex esponente popolare Antonio Segni, nell’ambito del coinvolgimento dell’Azione cattolica nella ripresa politica democratica, ma la sua critica all’attitudine conservatrice del cattolicesimo sardo e l’attesa di un radicale mutamento socioculturale lo indussero a ritrarsi. Ritenendo la propria cultura letteraria insufficiente ad affrontare i nodi della ricostruzione democratica, nel 1944 a Cagliari riprese la propria formazione sociopolitica con un gruppo di giovani cristiano-sociali; una decisa dichiarazione di fedeltà all’Azione cattolica, infine, lo separò dagli ambienti comunisti antifascisti con i quali era in contatto. Scelse allora il percorso dell’impegno culturale, tenendo dal 1945 una rubrica nel Corriere di Sardegna.

Durante la vasta campagna di formazione civica svolta dalla Chiesa nel primo semestre del 1946 ascoltò a Sassari Giuseppe Lazzati; nelle seguenti elezioni di giugno espresse un voto democristiano e repubblicano. Tramite i Gruppi servire si coinvolse dal 1947 con gli ambienti di Cronache sociali, promuovendo la rivista in Sardegna; organizzando la settimana sociale dei cattolici sardi del febbraio 1948 incontrò Mario Romani e Giuseppe Dossetti.

Membro dell’Unione cattolica italiana insegnanti medi e segretario provinciale del Sindacato nazionale della scuola media, nel 1949 la nomina nella direzione nazionale del sindacato lo condusse di nuovo a Roma, dove lo raggiunse nel 1950 la famiglia (nel 1947 era nata la figlia Giovanna, cui seguirono Andreina nel 1952 e Gavina nel 1954). Pur direttore del foglio Rinnovamento della scuola, nel 1951 lasciò il sindacato, anche per la forte eco in lui suscitata dalla relazione di Dossetti sulla Problematica sociale del mondo d’oggi, continuando a impegnarsi nell’Istituto cattolico di attività sociali. Convinto che il proprio contributo a un profondo cambiamento del Paese dovesse concentrarsi sull’approfondimento culturale e sui percorsi di educazione alle responsabilità personali, aderì alla proposta di Romani di condividere un progetto formativo per la Confederazione italiana sindacati lavoratori (CISL), «sindacato nuovo» in rottura con la tradizione del sindacalismo confessionale e dipendente dai partiti. Nel settembre del 1953 iniziò un’appassionata collaborazione presso l’Ufficio studi e formazione confederale della CISL, mettendo le sue doti di analisi e di ricerca a servizio dell’impresa volta a formare una classe dirigente sindacale in grado di tutelare i lavoratori in una società libera e democratica grazie a un’adeguata comprensione delle continue trasformazioni economiche. Gli fu sempre evidente, del resto, il significato storico del nesso tra formazione e strategia voluto da Giulio Pastore per la CISL a fronte del sindacato antagonista comunista e della miopia del ceto industriale. Tra il 1954 e il 1955 si dedicò all’acculturazione dei quadri sindacali nel Mezzogiorno e nel 1956 fu chiamato a Firenze come direttore del Centro studi della CISL, realizzando corsi di formazione che abbinarono studio personale e lezioni d’aula, conclusi da verifiche personali; tra i suoi allievi vi fu parte rilevante della leadership sindacale della CISL.

Nel 1960 fu chiamato all’Ufficio studi nazionale a Roma, nel momento in cui la Confederazione tentò di affermare innovative relazioni industriali sulla base di una maggiore soggettività sociale. Il 14 gennaio 1961, durante la prima Conferenza triangolare per lo sviluppo economico, in margine al dibattito sul piano di rinascita della Sardegna, sottolineò come una programmazione duttile e adattabile dovesse collegarsi a una visione d’insieme della politica economica, in cui fosse presente una continua consultazione delle parti sociali e una loro partecipazione ai processi decisionali dei singoli interventi. Restò accanto a Romani quando nel 1969 entrò in crisi il rapporto fiduciario con la segreteria confederale della CISL e quando nel febbraio 1971 fu costituita la Fondazione Giulio Pastore, che assunse presto un assoluto rilievo scientifico nazionale e costituì sicuro riferimento per i sindacati della CISL, come la Federazione italiana salariati e braccianti agricoli e la Federazione lavoratori delle aziende elettriche italiane, nella battaglia culturale per riaffermare soggettività associativa e relazioni industriali partecipate nel conflitto sindacale e politico degli anni Settanta.

Alla morte di Romani, nel 1975, fu vicepresidente della Fondazione Pastore, affidata alla guida di Giovanni Marongiu, luogo di alta formazione e di incontro fecondo tra sindacalisti, esponenti delle istituzioni pubbliche e studiosi della società italiana. Con questo ambiente sostenne l’accordo Scotti del 22 giugno 1983 come passaggio storico per il coinvolgimento degli attori sociali alle strategie economiche del Paese, contrastando l’affermarsi di modelli neocorporativi; negli anni seguenti Saba costituì un riferimento italiano nell’impostazione del dialogo sociale europeo.

Dal 1970 professore all’Università Pro Deo di Roma, continuò a insegnare storia del movimento sindacale e delle relazioni industriali presso la Libera università internazionale degli studi sociali fino al 1986; dal 1977 al 1981 accettò di presiedere l’Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori; nel giugno del 1989 il presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo nominò consigliere del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL), incarico già ricoperto dal 1963 al 1977 su designazione della CISL. Con cristiana fiducia nella libertà e con passione civile avviò giovani studiosi alla ricerca e, interlocutore dei maggiori centri di studio nazionali, nel 1992 favorì la creazione dell’Associazione degli istituti di cultura italiani. Dal 1993 al 2002 fu presidente della Fondazione Giulio Pastore, e dal 2002 al 2011 presidente emerito. Si spense a Roma il 21 ottobre del 2011.

 

  Michele Colasanto, Presidente dal 2002 al 2012

Michele Colasanto, laureato in Economia e Commercio nel 1966 all’Università Cattolica di Milano, è stato collaboratore dell’Istituto di Sociologia della stessa università, professore incaricato e poi professore associato (nel 1985) di Sociologia del Lavoro presso la Facoltà di Scienze Politiche. Professore ordinario di Teoria e metodi della pianificazione sociale presso la Facoltà di Sociologia di Trento dal 1991 al 1996, è stato altresì in questa medesima università, direttore del Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale e direttore della Scuola diretta a fini speciali di Servizio Sociale.

Dal 1996 di nuovo in Università Cattolica ha insegnato Sociologia del Lavoro e dell’Industria prima presso la Facoltà di Economia, sede di Piacenza, poi presso la Facoltà di Sociologia di cui è stato Preside fino al 2003, quando ha assunto il ruolo di Direttore del Dipartimento di Sociologia e di Direttore del Centro di ricerca WWELL (welfare, work, enterprise, lifelong learning). Fino all’a.a. 2011/2012 ha coordinato il Dottorato di Ricerca in Scienze Organizzative e Direzionali. Nel quadriennio 1988/89 – 2002/2003 è stato altresì, Prorettore vicario e Presidente del Comitato Università/mondo del lavoro.

L’attività di ricerca si segnala, tra gli altri, per gli studi sui temi dello sviluppo locale, il rapporto formazione occupazione, i sistemi di relazioni industriali, temi sui quali, accanto alla produzione di articoli e volumi di carattere scientifico, è presente un’intensa attività pubblicistica e di collaborazione con diversi organismi internazionali (quali OCSE e Unione Europea) e nazionali, in particolare  la partecipazione alla Commissione istituita presso il Ministero dell’istruzione per la riforma dei cicli scolastici e la presidenza dell’ISFOL, Istituito per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori presso il Ministero del Lavoro.

Già Presidente della Fondazione Pastore voluta da Mario Romani, è Presidente in carica dell’Agenzia del Lavoro della Provincia di Trento e componente del Consiglio di Amministrazione dell’Istituto Auxologico italiano. Ricopre attualmente per incarico l’insegnamento di Relazioni di Lavoro e Capitale Umano presso la Facoltà di Scienze Politiche e Sociali.

 

Aldo Carera, Presidente dal 2012

Professore ordinario di Storia economica presso la Facoltà Economia, ha insegnato nella Facoltà di scienze linguistiche e letterature straniere del medesimo Ateneo, nella Facoltà di Lettere e filosofia dell'Università degli studi di Trieste, nelle Facoltà di Economia dell'Università Cattolica sedi di Piacenza e di Milano e nella Facoltà di Scienze politiche alla Libera Università S. Pio V di Roma. Già nei collegi docenti di Dottorati dell'Università degli studi di Milano e di Verona e dell'Università Cattolica, dal 2014 è nel collegio docenti del Dottorato Impresa, lavoro, istituzioni (Università Cattolica). E' nel Comitato scientifico della rivista "Storia economica" e nel Comitato di redazione del "Bollettino dell'Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia". Dal 2001 è presidente dell'Associazione regionale onlus BiblioLavoro (Milano-Sesto San Giovanni).  E' membro del Collegio docenti della Scuola superiore di studi storici, geografici e antropologici (Università degli studi di Verona, Padova e Venezia). E' nel comitato di redazione del "Bollettino dell'Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia". Ha iniziato l’attività di ricerca nel 1977 con una borsa di studio della Fondazione Giulio Pastore (coordinamento scientifico dei professori Vincenzo Saba e Sergio Zaninelli) con cui da allora collabora. Dal 1977-78 collabora con l'Istituto di storia economica (ora Dipartimento di Storia dell’Economia e Scienze del Territorio) Mario Romani dell'Università Cattolica di Milano e con l'Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia “Mario Romani” presso il medesimo Ateneo. Dal 1979 è responsabile scientifico del Servizio documentazione e della Scuola nazionale di formazione della Federazione agro-alimentare-ambientale italiana (Fai Cisl) di Roma. Dal 1992-93 insegna Storia del Movimento Sindacale nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano. Dal 1997-98 al 2003 ha insegnato Storia dei Movimenti Sindacali nella Facoltà di Scienze politiche della Libera Università S. Pio V di Roma.

Oltre ai numerosi studi di storia economica e sociale, sulla storia del sindacato ha pubblicato: L’azione sindacale in Italia: dall’estraneità alla partecipazione (1979); La cognizione della Cisl.Testimonianze per una storia della Federazione nazionale pensionati  in Lombardia (2003); Allievi sindacalisti. Formazione e organizzazione al centro studi Cisl di Firenze (1951-1952) (2007).

Alla ricerca scientifica ha costantemente affiancato un intenso impegno nella formazione sindacale per conto di diverse strutture locali e nazionali della Cisl. Dal 2007 è direttore dell'Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia "Mario Romani". Dal 2001 è presidente dell'Associazione culturale Onlus BiblioLavoro. Dal 2010 è nel consiglio d'amministrazione della Fondazione Giulio Pastore. Dal 2007 è direttore dell'Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia "Mario Romani" (Centro di ricerche dell'Istituto Giuseppe Toniolo di studi superiori). Dal 1979 al 2009 è stato responsabile scientifico del Servizio documentazione e della Scuola nazionale di formazione della Fisba-Cisl, poi Fai-Cisl, di Roma. Dal 2012 è Presidente della Fondazione Giulio Pastore.