Franco Marini e il disegno di Giulio Pastore e Mario Romani

 

«Ebbi la ventura di essere parte di quel disegno e non posso dimenticare l'irriducibile fiducia che essi ponevano nei lavoratori e nel sindacato».

Erano Giulio Pastore e Mario Romani le persone cui Franco Marini si riferiva in un suo intervento del 1988. Uno scritto, qui riportato integralmente, in cui si riflettono i valori appresi negli anni giovanili della sua formazione cattolica riletti nella modernità di un linguaggio e di una cultura cislina che avrebbe sempre portato con sé sin dal Corso lungo del 1956 al Centro studi.

Trent’anni dopo, diventato segretario generale della Cisl, quell’impostazione continuava ad essere il termine di confronto critico per ogni sua scelta quotidiana. Soprattutto quelle più sofferte e controverse come quando il dibattito sulla possibile regolazione dello sciopero nei pubblici servizi toccava i nervi sempre scoperti dell’intervento legislativo su materie riconducibili alla piena autonomia del sindacato. E allora Marini si chiedeva: che direbbe oggi Romani? Romani le cui concezioni si fondavano sui fatti e sui percorsi storici in costante cambiamento. Romani che «ci sollecitava ad una visione dinamica degli obiettivi del sindacato e dei suoi mezzi d'azione». Romani che considerava il sindacato «elemento insopprimibile delle condizioni generali di vita che favoriscono il completo sviluppo della personalità umana».

Quel Romani da cui aveva imparato che l’emancipazione dei lavoratori richiedeva innanzitutto la conoscenza e il rispetto delle loro condizioni di vita e di tutte le multiformi manifestazioni del lavoro dipendente. Per cui ogni «scelta pratica» implicava una continua assunzione di responsabilità riguardo gli obiettivi specifici dell’azione sindacale, nell’elaborazione dei contenuti e delle modalità di impiego del contratto collettivo e dello sciopero, al fine di perseguire la sempre possibile «composizione equilibrata, espressione di responsabilità inedite, ampie e rivolte al bene comune». Quel Romani, infine, che aveva grande rispetto umano e intellettuale per gli uomini del sindacato immersi e sfidati dalle tensioni del proprio tempo.

Senza infingimenti e con la sofferta umiltà del vero leader, Marini ammetteva che a quella domanda «non ho una risposta sicura».

Una grande lezione, la sua, per chi riduce la storia allo sventolio delle bandiere, al fronteggiarsi delle truppe sulla linea di confini insuperabili. Alla ricerca di chi, di volta in volta, è il vincitore o il vinto.

Lo storico della Cisl Vincenzo Saba, di cui Marini era allievo prediletto, scrivendo di quando Marini diventò segretario generale aggiunto di Carniti, non trascurava le divaricazioni politico-organizzative tra loro, ma considerava la reciproca condivisione del carattere innovativo della Cisl anche come dato di coscienza misurato sui valori ispiratori pur nei margini ampi della dialettica politica democratica. Una garanzia di sicurezza di cui hanno bisogno i militanti e i quadri dell’organizzazione.

Quegli stessi quadri e militanti che Marini in un suo testo di fine Novecento, chiamava a «ripensare il loro cammino personale e collettivo, a gettare lo sguardo sul nucleo essenziale della vicenda sindacale della Cisl e, contemporaneamente, a saldare storia e speranza, radici salde e rinnovato slancio verso ciò che intensamente ci attende». Il continuo manifestarsi di vecchie e nuove forme di emarginazione sociale, l’indebolirsi della tensione alla solidarietà, anche all’interno del mondo del lavoro dipendente, erano solo nuove prove per la fertilità del seme gettato dai fondatori, «ma il terreno su cui cade quel seme siamo noi uomini e donne organizzati liberamente e democraticamente in questa singolare esperienza civile. Anche il sindacalismo degli anni a venire – concludeva – sarà fatto soprattutto di persone che si impegnano in libertà, spesso con altruismo, per far progredire le cose. Sarà fatto di testimonianze vere».

di Aldo Carera

L’allegato testo di Franco Marini riproduce il suo intervento al convegno di studi «Il risorgimento sindacale in Italia negli scritti e discorsi di Mario Romani (1951-1971) organizzato dalla Fondazione Giulio Pastore a Roma nell'ottobre del 1989 in collaborazione con la Cisl e con il patrocinio del Cnel. Al convegno sono intervenuti anche Giovanni Marongiu (presidente della FGP), Sergio Zaninelli, Vincenzo Saba, Mario Grandi, Alberto Cova, Giulio Sapelli e Ada Ferrari. Gli atti del convegno sono stati pubblicati negli «Annali della Fondazione Giulio Pastore, a. XVII (1988).

10/02/2021