La democrazia oltre la rivoluzione. Conferenza internazionale di studi. Milano, Università Cattolica 9-10 giugno 2022

                                                                       

La democrazia oltre la rivoluzione

Le iniziative sociali e socio-economiche del riformismo cristiano

tra anni Sessanta e anni Novanta del Novecento

9-10 giugno 2022

Introduzione di Aldo Carera

1. Premessa

Con questo convegno internazionale di studi l’Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia “Mario Romani”, con il patrocinio di Civitas e della Fondazione Giulio Pastore, celebra la ricorrenza del sessantesimo dalla sua fondazione. L'incontro vuole approfondire la conoscenza sulla natura, sul ruolo e sui fini delle autonome realtà ed esperienze sociali che hanno contribuito alla salvaguardia e alla promozione di una democrazia sostanziale e garantito spazi reali di partecipazione nella vita economica e civile.

La nostra ipotesi di lavoro si fonda sulle stesse convinzioni che, nel 1951 hanno portato Mario Romani (professore di Storia economica all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano), a studiare proprio questi fenomeni a partire dall'analisi dei fatti storici in prospettiva comparata, aperta all'analisi interdisciplinare nell'ambito delle scienze sociali.

2. Mario Romani: un pensiero complesso e articolato (cenni)

  • Romani è stato un autorevole interprete della cultura economico-sociale europea di ispirazione cristiana. I suoi studi e la vicinanza al mondo sindacale, in particolare alla Cisl fondata da Giulio Pastore nel 1951, l’hanno portato a sottoporre a severi e originali ripensamenti la cultura cattolica sin dalle sue prime prese di posizione alle Settimane sociali dei cattolici italiani, 1951, 1952.
  • Il problema di Romani riguardava il rapporto tra mondo cattolico e l’avanzare della società industriale. Un processo di modernizzazione particolarmente gravato in Italia, sin dall'Ottocento, da squilibri e resistenze al cambiamento.
  • Per Romani si trattava di guardare la realtà per come è, nei suoi dati effettuali, non come si vorrebbe che fosse. Il suo approccio mentale superava la questione dell'ordine cristiano e del suo ripristino dopo le ferite inferte dalla modernità. Egli distingue con chiarezza le dimensioni assolute (il piano dogmatico dottrinale) da quelle relative (il piano storico).
  • Il mondo contemporaneo, secondo Romani, ha caratteri di mobilità, di complessità e di pluralismo che devono essere conosciuti e considerati da parte di tutti i soggetti collettivi, sociali e politico-istituzionali che vi operano e che intendono svolgere azione di governo. Ciascun soggetto era chiamato ad essere consapevole interprete di una rigorosa distinzione di ruoli, di competenze, di mezzi e di fini.
  • Questa lettura pluralistica costituiva una sfida drammatica per il mondo cattolico adagiato nel pigro tradizionalismo di chi si ferma alle eredità del passato e non si dota di quella ratio critica che consente di distinguere i ruoli. Secondo Romani la distinzione dei ruoli era la premessa per definire la pluralità di orientamenti tattici e strategici. I suoi interlocutori erano la Chiesa, il partito, gli intellettuali. Tutti sfidati da un imponente e profondo cambiamento che andava ricondotto ad un unico principio dinamico.
  • Tale principio per Romani è quello della libertà, intesa come libertà aperta al bene e non come la Babele evocata dalle ali più intransigenti del movimento cattolico. Una libertà capace di autoriformarsi, di procedere man mano, sotto adeguati stimoli, alla correzione delle contraddizioni e degli squilibri sociali che provengono dal passato. Una libertà che rende possibile affrontare le molteplici tensioni determinate dall’incalzante trasformazione capitalistica.
  • In considerazione degli assetti emersi dopo la crisi del 1929, la complessiva valutazione morale della contemporaneità secondo Romani doveva tener conto delle potenzialità dell’economia mista in regimi democratici a pluralismo temperato. Se tale era l’intimo spirito della modernità, gli attori sociali disponevano di nuovi spazi d’azione.
  • Nella varietà degli attori e delle loro forme di rappresentanza, Romani attribuiva un ruolo centrale alle organizzazioni dei lavoratori e alla strumentazione di cui condividono il monopolio con le parti datoriali, vale a dire la contrattazione collettiva e, in senso più esteso, la regolazione sociale. Una sorta di apparente «arte povera» rispetto ai nobili costrutti costituzionali della democrazia. Un’arte agile, flessibile, decisiva per operare in una realtà in costante cambiamento. Uno strumento proprio di una società civile organizzata che gestisce in autonomia i propri spazi di rappresentanza e li salvaguarda dagli eccessi dello statalismo. Un’arte che all’azione politico-partitica riserva un ruolo rilevante ma strumentale: alimentare un’etica pubblica democratica, interpretare gli interessi generali, affermare, in modo credibile, la possibile esistenza del bene comune.
  • Dal pensiero di Romani emerge con chiarezza impietosa la convinzione che quella italiana era una industrializzazione non interiorizzata dal punto di vista morale, intellettuale e culturale. Incapace di esprimere il valore fondante del senso di responsabilità verso esigenze di sviluppo condivise in modo paritario tra capitale e lavoro. Insomma un’industrializzazione tanto in difetto di modernità da mettere in dubbio l'effettiva appartenenza dell'Italia ai paradigmi dell'occidente industriale. Non tanto e non solo per indicatori di ordine materiale (il ritardo economico e sociale) quanto piuttosto per le inadeguatezze di ordine immateriale nella sfera della mentalità e del costume individuale e collettivo. Tali inadeguatezze a suo parere (ne scrive nel 1959) costituivano un pesante condizionamento per un evoluto inserimento dell’Italia nel processo comunitario, con ipotizzabili rischi a venire  «per le basi stesse della nostra vita civile» (p. 429).
  • Tali limiti nel campo del lavoro e delle relazioni di lavoro impedivano l’adozione di un corretto atteggiamento verso l'etica del conflitto. Un condizionamento che riguardava una questione nevralgica per ogni moderna democrazia industriale: il superamento degli stadi iniziali difensivi e rivendicativi e la maturazione che consente ai soggetti sociali di esprimere compiutamente il proprio ruolo di rappresentanza democratica ai vari tavoli, e di far avanzare le istanze di partecipazione. Con effetti positivi sia sulle politiche pubbliche economiche e sociali, nazionali. europee e internazionali, sia sulla promozione di atteggiamenti innovativi da parte datoriale e delle altre organizzazioni sindacali.
  • Il pensiero di Romani riguardo l'autonomia sostanziale dei soggetti sociali, in particolare il sindacato, non si capisce e non si spiega senza due ordini di considerazioni.
    • 1. la sua concezione dell’uomo come spiritualità, come capacità di discernere, come possibilità di darsi dei fini liberamente scelti e di perseguirli. Tutto questo rimanda all’humus della concezione cristiana della persona e delle libertà personali e sociali. Il senso del contributo di Romani alla fondazione di una nuova cultura della modernità per il mondo del lavoro italiano si fonda sulla consapevolezza individuale del diritto/dovere alla libertà e su un dignitoso radicamento personale prima che collettivo nella vicenda civile del proprio tempo.
    • 2. Per Romani, secondo l’interpretazione di Giovanni Marongiu: «il costituirsi e l’organizzarsi della società civile in gruppi e formazioni sociali non è tanto una esigenza tecnica del controllo politico, ma un'esigenza che affonda le sue radici nella matrice personalistica … nell'esigenza, cioè, di favorire la comunicazione tra le persone, di garantire quindi una sfera pubblica, nella quale i fini comuni siano permanentemente esaminati e discussi».

Si tratta di una sorta di pluralismo comunitario ben distinto dal pluralismo competitivo o sistemico di altre teorie politiche. Una concezione che supera la scissione tra pluralismo e valori. Piuttosto una visione dell'uomo dotato di una capacità di autodeterminazione e di una essenza spirituale di matrice cristiana, personalista e comunitaria, in cui l'uomo ritrova la sua natura di totalità aperta, epicentro di diritti umani nel senso pieno del termine. Un insieme di relazioni con gli altri membri della società che persegue il bene comune. La società viene riletta da Romani affermando il ruolo delle associazioni e delle formazioni sociali spontanee, animate dal genio dell’associazione (A. de Tocqueville). Sono le associazioni, intese come aggregazioni di interessi e di valori, a segnare la via maestra della difficile mediazione tra interessi materiali e istanze ideali. Secondo la grande tradizione dell’umanesimo cristiano, nel contatto con l’insieme sociale l’individuo si fa persona e l’associazione crea comunità (G. Marongiu).

3. Un pensiero alla prova delle discontinuità successive (alle origini del convegno)

Questa pur sommaria rappresentazione del pensiero di Mario Romani costituisce la premessa da cui ha tratto spunto il gruppo di promotori di questo convegno, cui vanno i più sentiti ringraziamenti per l’intenso impegno progettuale e organizzativo.

A partire dalla metà degli anni ’60 Romani ha colto con lucidità l'avanzare di accelerazioni repentine e ha denunciato i segni di regressione nei processi di democratizzazione che scuotevano l'ambiente italiano ma non solo. La prospettiva riformista di Romani ha dovuto confrontarsi con istanze radicali di superamento degli assetti democratici ed economici che avevano preso forma nel secondo dopoguerra.

Quando, nei primi anni Settanta, si è trovato nel pieno del dibattito politico-sindacale, Romani, pur da posizioni marginali, ha ribadito senza esitazione il proprio pensiero rendendolo ancor più trasparente: tensioni sociali e movimentismi estemporanei di vario genere per Romani corrispondevano a visioni magiche e mitiche, sommate ad arretratezze nella cultura economica e a una cristallizzazione dei gruppi di comando. Una situazione che sublimava la conquista del potere politico e sottometteva i soggetti sociali alla dimensione politica e ai partiti.

Per un decennio Mario Romani (prima della sua morte nel 1975) ha ribadito la sua visione senza temere di muoversi in controtendenza nei confronti delle concezioni e delle iniziative dei movimenti che ipotizzavano modifiche radicali nel rapporto tra società e Stato e che di fatto affidavano il futuro delle rappresentanze sociali a una dinamica propriamente politica.

Secondo Romani la rinuncia alla cittadinanza come proiezione multipla delle sue articolazioni sociali impediva di far valere fino in fondo i diritti civili, i diritti politici e i diritti economico-sociali e i corrispettivi doveri. Una dismissione della giustizia sociale come principio regolativo che stabilisce il punto ideale tra la persona intesa come fine e la società nel suo insieme. Quella giustizia da cui dipende la piena espansione della fruizione di tutti i beni della vita, lo stesso rapporto tra l'uomo e l'intero creato. Questa rilettura dei principi democratici metteva in dubbio l'antica arte di associarsi e di cooperare come mezzo privilegiato di aggregazione degli interessi e di perseguimento dei valori comuni. Corrispondeva a una ammissione dell’incapacità di assumere in sé il valore morale e quasi pedagogico verso più vaste aggregazioni e più larghe azioni partecipative nel tessuto connettivo democratico della società contemporanea. Una rimessa in dubbio della democrazia radicata nella libertà intesa come libertà di scelta e come autonomia morale prima ancora che giuridica. Una rinuncia al governo politico istituzionale come sottile arte di rendere compatibile la libertà di ciascuno con la libertà di tutti.

Una situazione tale da modificare sostanzialmente il significato che i problemi del lavoro avevano nelle società industriali e in particolare nella società italiana. Come se fosse possibile considerare le questioni del lavoro un elemento aggiuntivo, distinto, marginale per la vita economica e per la vita civile e per la stessa organizzazione politica. Nel 1974 Romani poneva al centro della questione democratica e della questione sindacale: «il grande tema della ristrutturazione o della riorganizzazione del lavoro, orientata a rendere ogni prestazione meno umanamente mortificante, a vantaggio non solo della vita dei singoli, ma della vita della collettività» (p.172). Contro questa rinuncia alla dignità del lavoro Romani auspicava uno «sforzo organico e continuo che le associazioni devono produrre per accrescere il patrimonio di conoscenze dei soci nel campo economico e sociale, dotandole di un minimo di articolazione culturale e quindi di un minimo di consapevolezza dei termini dei problemi per risolvere i quali fanno ricorso alla vita associativa» (p. 146).

Infine, i supporti nella Dottrina sociale della Chiesa

Romani, per scelta di fede che corrispondeva al suo ruolo magistrale in questa Università Cattolica del Sacro Cuore, fondava queste sue ultime considerazioni, datate 1965, sui supporti dottrinali dell'enciclica «Mater et magistra» (pp. 147/48). Oggi, dopo ben oltre mezzo secolo, vale una citazione dell'enciclica Fratelli tutti ove papa Francesco ricorda che per soccorrere l'uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico, il buon Samaritano ha avuto bisogno di una locanda per assicurare alla vittima quello che da solo non era in grado di fare.

Esempio di carità e di dedizione che per realizzarsi ricorre alle risorse che una società libera, organizzata e creativa, è in grado di generare. In un altro passaggio Francesco pone a tema il lavoro in quanto snodo sociale verso un'esistenza dignitosa. Il lavoro «per stabilire relazioni sane, per esprimere sé stessi, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere come popolo» (Fratelli tutti). In un mondo in cui contiamo tutti un po’ meno che in passato, i lavoratori e i ceti deboli sono i più esposti a nuove forme di disuguaglianza non più legate a parametri di reddito ma dovute all’alterazione negativa degli spazi di cittadinanza.

La verticalizzazione del potere ha prosciugato i soggetti intermedi come se non fossero più utili solo per il fatto di essere diventati più deboli, meno rappresentativi, più esposti alle rigidità degli apparati e dei processi di istituzionalizzazione. Eppure, secondo Romani, una società adeguatamente organizzata ha funzionalmente bisogno di estesi spazi sociali e territoriali presidiati da rappresentanti intermedi riconoscibili, competenti ed efficienti, capaci di ascoltare. Non per affermare un principio ma per potersi misurare su istanze di medio lungo periodo, ipotizzare nuovi modelli di sviluppo praticabili, sostenibili, umanamente giusti.

  

19/05/2022