Tous inégaux, tous singuliers. Repenser la solidarité

SI FA PRESTO A DIRE EGUAGLIANZA…, di Antonio Famiglietti

François Dubet, Tous inégaux, tous singuliers. Repenser la solidarité, Seuil, 2022, pp. 275.

 

François Dubet è un sociologo che si è formato alla scuola di Alain Touraine. Già alla fine degli anni Sessanta Touraine parla di “società postindustriale”, intendendo segnalare con questa espressione la trasformazione radicale che era in atto nelle società occidentali. L’idea di Touraine è che i tipi di società che si succedono storicamente siano caratterizzati da un conflitto centrale intorno a cui ruota l’intera vita sociale. Perciò, a partire dal decennio successivo, i suoi gruppi di ricerca si mettono a studiare quelli che allora si chiamavano i “nuovi movimenti sociali”, come gli ambientalisti, il femminismo, ecc.

Dubet è fra i primi a capire l’infertilità di tale linea di indagine e, dagli anni Ottanta in poi, indirizza la sua attività di ricerca verso altre questioni, come i quartieri urbani dell’emarginazione e della multietnicità; la scuola e il tema della mobilità sociale; le diverse concezioni della giustizia di cui sono portatori i lavoratori dipendenti, l’esperienza di essere discriminati/e. Ma, in continuità con la scuola da cui ha preso le mosse, vi è un’idea della sociologia che utilizza come chiave di accesso alla realtà da studiare l’esperienza degli attori, cioè le loro pratiche e la riflessione su di esse, senza presupporre che la coscienza degli attori sia invece dominata da meccanismi mascherati.

In questo intervento nell’ormai affollato dibattito sulle diseguaglianze e sui modi per contrastarle, Dubet si avvale del poderoso lavoro empirico che ha condotto nelle ricerche precedenti. Grazie a quell’approccio sociologico, ricostruisce il mutamento storico che è intervenuto sia nelle dinamiche che riguardano la distribuzione delle opportunità sul mercato del lavoro e nell’accesso al consumo, sia nell’esperienza che di esse fanno gli attori sociali. Per analizzare tale cambiamento, Dubet si avvale del concetto di “regime di diseguaglianza”, concetto che tiene “insieme le diseguaglianze obiettive e le esperienze soggettive degli attori. Associa la misura delle diseguaglianze al modo in cui esse sono percepite, vissute e criticate”. Per impostare correttamente il discorso sulle diseguaglianze nella vita sociale odierna, bisogna prendere atto del superamento del regime delle “diseguaglianze di classe”, proprie della società industriale, dove l’azione collettiva e le politiche che essa sosteneva miravano ad un’“eguaglianza dei posti”, che però oggi, secondo Dubet, si presenta improponibile.

Prevale invece nella società contemporanea un “regime delle diseguaglianze multiple”, espressione con la quale si sottolinea la moltiplicazione dei fattori produttori di diseguaglianza: non solo il reddito da lavoro e il patrimonio familiare, non solo la multiformità del lavoro stesso (ad esempio sicurezza occupazionale vs. esposizione al mercato, anche internazionale) ma pure la generazione, il genere, l’etnia, il quartiere dove si abita e quindi la qualità delle scuole che possono frequentare i figli, la facoltà universitaria che si sceglie e la sua spendibilità sul mercato del lavoro. Ciò implica, nel tragitto delle vite individuali, diversi punti di snodo nei quali l’individuo è sottoposto a prove i cui esiti si rivelano a posteriori decisivi, con scarti finali che possono essere anche grandi, ma che risultano il prodotto di piccole diseguaglianze accumulatesi l’una dopo l’altra. Di conseguenza, su un piano più psicologico, il singolo si trova di fronte al compito di costruire una narrazione quanto più possibile coerente del percorso compiuto, con il rischio di doversi sobbarcare il peso di giustificare l’eventuale insuccesso, in un mondo sociale dove peraltro – fa notare Dubet – all’individuo si richiede contraddittoriamente di essere attivo e razionale, ma anche di impegnarsi a ricercare una sua autenticità. Su un piano più sociologico, per un verso l’individuo non confronta il proprio percorso né con quello dei ricchissimi né con quello dei poverissimi, ma con coloro che hanno posizioni di partenza comparabili. Per spiegare il mutamento intervenuto, Dubet riporta la sua seguente esperienza di ricerca:

“Chiedendo all’inizio degli anni Ottanta a dei siderurgici della Lorena cinquantenni come erano diventati operai, questi rispondevano: perché i nostri genitori erano operai, perché era così, anche se noi non eravamo ‘più stupidi degli altri’. Ponendo la stessa domanda a degli operai trentenni nei primi anni 2000, rispondevano: perché ho fatto le scelte sbagliate e, soprattutto, ‘sono stato un imbecille ai tempi della scuola’”.

Inoltre, i fattori produttori di diseguaglianza non sono solo socio-economici, ma comprendono anche quelle categorie culturali su cui si innestano le pratiche di discriminazione. Nel regime delle diseguaglianze multiple diventa allora egemonico l’ideale dell’“eguaglianza delle opportunità”, intesa come “il diritto e la capacità di ogni individuo di raggiungere tutte le posizioni sociali in funzione soltanto del proprio merito, senza essere ostacolato da discriminazioni in questo progetto di realizzazione e di riuscita”.

A questo punto, Dubet introduce alcuni chiarimenti su una serie di termini che sono di uso di corrente nel dibattito pubblico. Egli nota come per le politiche di azione positiva contro le discriminazioni, e quindi per il modello dell’eguaglianza delle opportunità, sia sufficiente un atteggiamento di tolleranza verso le differenze culturali o di orientamento sessuale. Però queste stesse differenze richiedono la più “esigente” postura del riconoscimento, che reclama un cambiamento della visione degli insiemi da parte di chi riconosce: l’accettazione dell’identità omosessuale implica immaginare che la norma non sia più rappresentata dalla sola eterosessualità; quello delle identità etnico-culturali comporta il cessare di ritenere le nazioni europee come esclusivamente bianche e cristiane, ma ammettere la possibilità che si possa essere pienamente francesi e musulmani, italiani e neri. Che è poi il punto a partire dal quale le destre identitarie imbastiscono la loro narrazione.

Altro contributo di Dubet riguarda il concetto di singolarità, che non è soltanto l’esito indesiderato delle trasformazioni nel regime della diseguaglianza, ma è anche una risorsa essenziale per contrastare la rinaturalizzazione delle identità collettive. Dalle ricerche sulla discriminazione emerge come gli individui oppongano infatti “il meticciato delle identità personali e la singolarità delle storie di vita e dei percorsi alla reificazione delle identità costruite dai media, dai militanti e dagli attori politici. Gli individui fanno presente che l’identità collettiva non è tutta l’identità e che, nonostante le discriminazioni, vivono spesso con gli altri e come gli altri”.

Però, secondo Dubet, il modello dell’eguaglianza delle opportunità presenta dei limiti: dato il suo carattere “meritocratico” e mirando quindi a una “competizione equa”, che inevitabilmente produce delle “diseguaglianze considerate giuste”, rischia di “non essere altro che l’ideologia dei vincitori e di coloro che aspirano a diventare tali”. Questo modello lascia infatti scoperta la questione della solidarietà, il terzo principio rivoluzionario del 1789, indispensabile per suscitare “l’amore collettivo per l’eguaglianza”. Ma, non sorprendentemente, sono mutate storicamente anche le modalità della solidarietà reale e possibile. L’imperativo tradizionale dell’integrazione si scontra con “la moltitudine delle scelte di vita considerate accettabili”, le quali sono tenute insieme da un atteggiamento di tolleranza che, comunque, è insufficiente a fronte di una società come quella francese la quale, secondo Dubet, non è più diseguale di ieri ma appare più frammentata, attraversata da fratture e nella quale peraltro le denunce dell’esclusione sociale vanno di pari passo, contraddittoriamente, ai lamenti sul welfare che aiuta gli immeritevoli, specie in contesti nazionali sempre meno omogenei sul piano etnico-culturale.

Dubet delinea allora l’orizzonte della coesione per rilanciare il tema della solidarietà. Richiama la necessità di attivizzare gli esclusi, la cui posizione sui mercati dei lavori va rafforzata con la formazione; le politiche di contrasto al degrado dei quartieri; il concetto di capitale sociale; la sostituzione della governance al government, in una dinamica che è volta alla mobilitazione coordinata degli attori sociali, con l’obiettivo sia di una maggiore efficacia, intervenendo la valutazione più sui risultati che sul rispetto delle norme, sia della produzione di solidarietà.

Antonio Famiglietti